Spiritualità francescana e la Vergine Maria
16092011
PRIMA DOMANDA
Che cosa si intende per spiritualità ?
La spiritualità è un cammino di perfezionamento dello spirito il quale è la dimensione più importante dell’uomo. Infatti, papa Giovanni Paolo II, definisce l’uomo quale “soggettività spirituale” capace di spiritualizzare la materia e di materializzare lo spirito. E proprio ogni spiritualità è retta da questa dinamica interna. Cicarelli definisce allora la spiritualità come “ uno sviluppo e un perfezionamento dello spirito umano; anche Saturnino PANI. O.F.M. nella sua brillante opera “I principi fondamentale della spiritualità cattolica secondo le varie scuole di spiritualità” muove nello stesso senso. Il perfezionamento per l’uomo è in vista della corrispondenza sempre intensa alla sua Iconicità, cioè alla “imago Dei”, poiché siamo portati dal desiderio del soprannaturale( Scoto) oppure dal “desiderio della Maestà” (Kierkegaard). Questo desiderio dell’Infinito ci sospinge fino ai vertici del bene: così diceva San Bonaventura: “ Satians nostrum appetitum sicut obiectum solus Deus est, ad Quem capiendum humana anima ordinatur” (IV Sent., D.49, P.I, A. un., q.I (IV, 10001)); Poiché incalza sempre san Bonaventura “ Nata est anima ad percepiendum bonum infinitum quod Deus est; ideo in Eo solo debet quiescere et Eo frui” (Id., I Sent., d.I. a. 3, q. 2 (I,41a)).
Ogni spirito umano segue un orientamento secondo il suo rapporto con Dio, artefice del disegno di glorificazione, con Gesù Cristo “via” perfectionis( della perfezione), insieme con la Vergine Maria, madre sua, causa secondaria e ministeriale di ogni perfezione, con la Chiesa a chi è affidato nel tempo il compito di condurre a compimento il disegno divino, col prossimo insieme al quale bisogna realizzare il disegno divino nella carità “vincolo di perfezione” (Col 3,14).
Ovvero la perfezione è conformità a Iddio; è raggiungere la “similitudine” con Lui, a noi concessa per il sangue di Cristo( Cicarelli). Però, Gesù, artefice principale d’ogni perfezione non ci dà una santità già fatta, ma, ci rende idonei, con la sua grazia alla conquista di una santità personale. Così Egli è il modello che polarizza tutto l’essere perché in lui siano riprodotti i lineamenti divini. Tuttavia se è vero che ciascuno cerca di riprodurre l’unico modello, è altrettanto vero che ognuno ha il suo stile. Ciò spiega la nascita delle varie scuole di spiritualità cattolica.
SECONDA DOMANDA
Come si caratterizza la spiritualità francescana?
Per rispondere adeguatamente a questa domanda conviene dapprima fare una osservazione rapida: le spiritualità si equivalgono, avendo la stessa radice, cioè Gesù. Le caratteristiche sono elementi accidentali. D’altronde sono necessarie per ogni spiritualità la grazia divina e la volontà umana, e si svolge normalmente tra tre termini: Dio- Cristo- l’uomo. Ora ciò che caratterizza la spiritualità francescana è il suo cristocentrismo che afferma con schiettezza il primato assoluto di Cristo. Questo filone è partito da san Bernardo e ha trovato in san Francesco il suo massimo sviluppo, il suo migliore interprete. Cristo è centro dello speculare, del pregare e del vivere, centro della devozione e della dottrina. Il francescanesimo fonda il suo cristocentrismo spirituale sul cristocentrismo dogmatico. Cristo è capolavoro della trinità, e ha ricapitolato in Sé ogni cosa, è “Mediatore universale di natura, di grazia, di storia; in questo è eminentemente affiancato dalla Madonna in forza della sua partecipazione alla predestinazione assoluta di Cristo.
L’anima serafica coglie Dio anzitutto quale Sommo Bene, e come tale nutre il desiderio di una profonda e intensa unione con Lui. Per questo aspira alla totale conformità con Lui per mezzo di Cristo, causa esemplare proficuo per tale mistica evento. Essa coglie in Dio l’entità suprema che è l’Amore e la coscienza di sé è di essere un essere amato, quindi potendo rispondere all’atto d’amore creativo e redentivo. La spiritualità francescana è pure affettiva, non già mero sentimento ma slancio vero e libero d’amore che verte all’incorporazione a Cristo, necessaria per il ritorno al Padre. Il serafico desiderio è rivivere in sé la sua vita e suoi misteri(Cicarelli). L’amore è ovvero essenza della perfezione e termine della contemplazione. In somma cinque sono le cose che contraddistinguono la spiritualità francescana: 1- Il Cristo, Figlio di Dio e di Maria, quale fondamento e centro dell’universo creato e della vita spirituale d’ogni uomo. 2- L’unione mistica con Dio come fine. 3- L’amore, come anima d’ogni realtà, creata e incerata. 4- la povertà, l’umiltà, il dolore come mezzi. 5- la libertà interiore, la semplicità, la perfetta letizia, l’apostolato come frutti. Tutto nella devota e fedele sottomissione alla Chiesa.
TERZA DOMANDA
Quali sono i fonti della spiritualità francescana? Darne una breve descrizione.
I fonti sono i diversi “luoghi” che hanno contribuito alla costituzione e lo sviluppo della spiritualità francescana. Distinguiamo cinque tipi di fonti: lo Spirito Santo; la Sacra Scrittura; la Liturgia; l’ambiente storico e la natura del fondatore. Ora diamo una breve descrizione di ognuno di questi “luoghi”.
Lo Spirito Santo è la fonte soprannaturale principale che diffonde sempre la grazia di Cristo nella chiesa. Lui solo ha guidato san Francesco dall’inizio alla fine sia nelle decisioni importanti, sia negli altri tipi d’iniziative. Così dice il Cicarelli: “(…) sempre l’orientamento definitivo gli è venuto dall’alto, e quasi sempre direttamente”. Per questo aveva una sottomissione sincera e genuina alla santa Chiesa e una venerazione ai sacerdoti, e voleva che le sue decisioni fossero sempre autenticate dall’autorità ecclesiastica. Portiamo come prova qui già l’incontro col Santo Padre Innocenzo per la nascita dell’ordine. Per il serafico d’Assisi, lo Spirito di Cristo solo illumina. Dice san Bonaventura “ Il servo dell’Altissimo aveva alcuno che gli insegnasse se non il Cristo”. Voleva regolare la sua vita e la sua attività “secondo il dettame dello Spirito”. Questo Maestro interiore “lo guida” su alla Verna; sempre sotto la guida dello Spirito sale a Fonte Colombo. L’anima francescana attribuisce l’iniziativa d’ogni opera e di tutta la sua santificazione alla grazia, vale a dire all’azione dello Spirito paraclito. Egli suggerisce e sviluppa nell’anima l’imitazione intima di Cristo, gradualmente fino all’incorporazione, all’identificazione, alla trasformazione in Cristo Gesù.
Il serafico padre scorgeva spessissimo la voce dello Spirito di Cristo nella Sacra Scrittura. Preferisce la rivelazione alla ragione umana che “è piena di Cristo”, diceva già san Girolamo, dal principio alla fine. Medita amorosamente la scrittura; di questo si può accorgersi nelle sue preghiere e nei suoi scritti e si rivela pure nella sua vita quotidiana. Il Cristo al quale vuole conformarsi s’incontra nella Sacra Scrittura. Il Celano sostiene che il serafico padre si nutriva della Scrittura e san Bonaventura afferma che leggeva, meditava e assimilava il sacro testo, ruminandolo con affetto di devozione. L’esprimeva quindi nelle opere per imitazione del Cristo e lo teneva sul cuore (Leggenda maior, XI, 1,2). Il Vangelo è libro d’amore e della grazia, del Verbo incarnato fatto via, verità e vita per ogni anima. L’originalità di San Francesco è di aver preso il Vangelo come unica norma direttiva di vita. Non sarebbe sbagliato affermare che il Vangelo è fonte principale della sua spiritualità. Il vangelo, però tutto il vangelo, alla lettera “sine glossa, sine glossa, sine glossa” quale ideale di perfezione, quindi attuazione immediata della parola divina.
Il suo spirito artistico, ossia di concretezza lo sospinge a vedere nella liturgia l’espressione del sentimento genuino della madre Chiesa. Aveva una sensibilità liturgica particolare perché voleva vivere ciò che conosceva e amava. Per questo è descritto come il “cultor trinitatis” per il suo culto alla SS. Trinità; aveva pure un culto speciale per Cristo e la beata Maria Vergine. Voleva partecipare ai misteri di Cristo che la chiesa nel suo circolo annuale propone ai fedeli. Recita pure, in modo particolarissimo il breviario romano che il suo ordinario contribuirà alla sua divulgazione. Incitava ad una cura delicata e amorosa alla liturgia sacra. Essa è considerata, a buon diritto, come la terza fonte soprannaturale della spiritualità francescana.
L’altra fonte è l’ambiente storico che ha visto nascere san Francesco. Prende dalla sua epoca il buono, il meglio e ne corregge le deviazioni. Le trasformazioni sociali di quell’epoca decideranno pure il serafico ad aprire la sua spiritualità alla missione, all’apostolato. Così si distaccherà dallo stile del monastero per affiancare i popoli nella loro ricerca di Dio, sempre in quel equilibrio perfetto di misticismo e di concretezza, di contemplazione e d’azione.
San Francesco ha una natura squisita. Per lui l’ideale n’esiste che nel reale, le parole nei fatti. Egli è d’un ottimismo sereno e gioioso. Per questo il suo misticismo è altrettanto gioioso e concreto. Di temperamento contemplativo sa armonizzare un ascetismo robusto e sereno con una vita attiva produttiva, affabile. Certo, i difetti della sua natura saranno sublimata dalla grazia, poiché ogni creatura “reducit ad Summum”.
QUARTA DOMANDA
La predestinazione assoluta di Cristo come fondamento del cristocentrismo dogmatico nella spiritualità francescana.
Si tratta qui di evidenziare il posto di Cristo in ordine al piano divino. Di per sé, la predestinazione è sia eterna (intenzione divina) o temporale (realizzazione delle cose previste). La precedenza è sempre alla prima caratteristica, ossia quella eterna. Iddio, per iniziare le cose fuori di sé fissa il fine con un atto che si chiama predestinazione. Duns Scoto lo definisce così: “Atto della volontà divina, la quale elegge la creatura intellettuale e razionale alla grazia e alla gloria”. Tale predestinazione è prevalentemente “atto di volontà” non già operazione intellettiva perché, nel piano divino delle cose, è il primato della carità. Dunque siccome sorretta dalla carità che è Dio, ossia “Dio è Amore” dice l’evangelista Giovanni, la predestinazione è assoluta. Così dice il Rosini commentando Duns Scoto” L’unico movente per cui la volontà divina agisce all’esterno, è la sua propria bontà, desiderosa di comunicarsi ad altri esseri. ”
La predestinazione assoluta di Cristo s’evidenzia sia per il suo motivo (gloria di Cristo) sia per il fatto che non è stata occasionata dalla caduta dell’uomo. Pure quella dell’uomo non è occasionata dalla caduta dell’angelo. Conviene qui riportare una citazione del Dottore sottile che ci fa rinvenire il senso di ciò siamo andati dicendo fin qui: “ Dico così: Dio ama in primo luogo se stesso, in secondo luogo ama se stesso negli altri e questo è amore santo; in terzo luogo- parlando dell’amore di un essere estrinseco- vuole essere amato da colui che può amarlo in grado sommo; e finalmente in quarto luogo, previde l’unione (al Verbo) di quella natura che dovrà amarlo in sommo grado, anche se nessuno cadesse”; anzi, aggiunge il Rosini, “anche se nessuno altra creatura esistesse”. Ora l’incarnazione che è “somma opera di Dio” non può risolversi in evento occasionale, susseguente nel piano divino; tanto è vero che se ogni anima è ordinata, prescindere del peccato evidentemente, alla gloria, quanto bisogna dirlo dell’anima predestinata alla massima gloria, cioè Cristo. Questa veduta teologica ha animato e vitalizzato il cristocentrismo dogmatico nella spiritualità francescana sin dai primi decenni; poiché si intende qui mettere l’accento sulla persona di Cristo fondamento di tutto l’universo creato e sigillo d’ogni anima. Gesù è primogenito, Erede, Logos attivo nell’atto creativo, Unico Redentore del genere umano, “l’unum necessarum” nel cammino di perfezione; egli è Vita dell’anima, amico dell’anima, oggetto d’amore e soggetto d’amore, anzi amante e amato.
Ora “ Se Colui, che vuole con ordine, vuole prima ciò che è più vicino al fine, è logico che il primo posto va a cristo, predestinato appunto per essere il “capo della corte celeste”. E in Lui siamo “colmanti” (condiligentes). Tuttavia solo Lui glorifica sommamente la Trinità “anzi la lode di costoro (noi) può salire a Dio solo per mezzo di Cristo e con Cristo. Qui possiamo allora capire l’anelito del serafico all’immedesimazione a Cristo, un anelito che promana tutta la vita sua e riecheggia in modo sublime nella schiera dei santi francescani, colmanti di Cristo. Gesù è stato previsto “ante fabricam mundi”(san Girolamo”, volontà trinitaria di esternarsi, perciò è una predestinazione assoluta e si agganciano a Lui la schiera degli eletti “ad Deum per Iesum”, “E’ il primo voluto” perché più vicino al fine; per questo la sua incarnazione è tutta opera dello Spirito santo che è causa formale d’ogni grazia e artefice d’ogni santità quanto all’iniziativa e quanto al fine. Nello Spirito di Cristo il mondo è stato voluto e concepito “buono”, indipendentemente dal peccato, questo è verità rivelata(Cf. Gn1,1-31); Dio l’ha realizzato in Cristo e per Cristo( Cf. Gv1,1-3; Ef1,3-6; Col1,15-20; Rm8,29-30). Sulla natura e le esigenze dell’amore, e sulla concezione di Dio come Amore, riposa dunque la predestinazione assoluta, quale fondamento del cristocentrismo francescano.
Riassumiamo quanto abbiamo detto, ispirandoci dal pensiero scontista commentato da Rosini. Ci sono di fatto quattro affermazione fondamenti che riaffiorano di seguito.
1- Gesù predestinato per la somma gloria che rende alla Trinità, ciò in ragione della unione ipostatica che, secondo Scoto, precede, nell’ordino dell’esecuzione la stessa gloria e ne diventa la disposizione sorgiva, ossia la scaturigine “non avrebbe tanta gloria, né sarebbe stato “pieno di grazia e di carità” se la sua natura non fosse sussistente nel Verbo”.
2- L’incarnazione del Verbo, Figlio di Dio è pura grazia per manifestare il sommo bene della grazia senza meriti.
3- E’ quindi l’unico depositario e l’unica fonte della grazia; così secondo il decreto divino”non si debba essere nella chiesa se non un solo capo, dal quale fluisca la grazia sui membri”.
4- Egli è il mediatore unico; in questo ha il primato di causalità universale; tale causalità può essere vista in due modi, cioè la causalità ideale( nelle intenzioni divine) e la causalità reale( nella realtà). E’ mediatore di creazione, di grazia, di gloria, sommo glorificatore di Dio e glorificatore universale. Ha il primato nell’elezione e anche nell’essere, primo di tutte le creature, poiché causa esemplare e finale di loro( primato ontologico). Egli è il vincolo di perfezione, dice l’apostolo (Col 3,14), quindi ha anche il primato di perfezione.
Ovvero, possiamo concludere dicendo questo: la predestinazione assoluta di Cristo è fondamento del cristocentrismo dogmatico per un solo fatto saliente: ogni gloria resa a Dio è debitrice dei meriti di Cristo, meriti non per sé, ma ottenuti per gli altri.
QUINTA DOMANDA
Che cosa si intende per cristocentrismo spirituale?
Partiamo dal fatto evidente, derivato dal cristocentrismo dogmatico, cioè che una realtà mistica, unione con Dio non può essere raggiunta che in Cristo, “vita”, “porta” e “fondamento” dell’edificio spirituale. Se è vero che dobbiamo riprodurre la santità del Padre Celeste, è anche vero che per farlo occorre passare necessariamente per Cristo, unica e somma via. “Senza di me non potete niente…” aveva già detto.(Gv 15,5).
Chi anela ad unirsi a Dio, a conseguire la felicità, la perfezione, il proprio fine, dice il Cicarelli non può prescindere dell’amore crocifisso, dal Cristo incarnato. La creatura umana è tutta ordinata a cristo che l’ha redenta. Egli ha purificato le nostre potenze con il suo sangue e “non c’è altra via se non attraverso un ardentissimo amore per il crocifisso” (san Bonaventura, Itinerarium, prolog. (V,295b). A proposito il Breton, nel suo libro “Le Christ de l’âme franciscaine”, afferma che Cristo è il centro e il fondamento nella vita spirituale, anche nella vita sociale, aggiunge il Cicarelli. Quest’ultimo continua affermando che Gesù si offre allora quale oggetto d’amore e di contemplazione per ogni uomo che viene a questo mondo(cf. I capisaldi della spiritualità francescana, p.208.)
L’anima serafica possiede un anelito inestinguibile che si appaga solo nel vedere Gesù(via) nel conoscerlo(verità) e nel viverlo(vita). L’esperienza di san Francesco, riportata nella “Leggenda Maior” di san Bonaventura, mostra quanto vedeva Dio nelle sue opere, anche quella volontà manifesta di rappresentarsi e imprimersi i momenti forti della stessa vita di Gesù( del bambino che vagisce nella mangiatoia, la vita povera e nascosta, immedesimarsi al Cristo sofferente…). Ciò esprime tutta la fiorente devozione alla santissima Umanità del Cristo che caratterizza la tradizione francescana. Tale devozione è qualificata da J. Maritain come la « porte(…) par qui grâce et vérité nous sont données… » Per questo poté dire ancora san Bonaventura « Christus mentem Francisci absorbuit”. E’ come se Cristo entra in Lui per comunicargli la sua vita divina fino alla pienezza. E il Celano afferma che Francesco portava sempre nel suo cuore Gesù, sulle labbra, nelle orecchie, negli occhi, nelle mani e in tutte le altre membra. Questo è l’espressione esatta dell’“absorbuit”. Già aveva pregato così “Absorbeat quaeso, Domino…” Cristo è vita dell’anima ; nella spiritualità serafica Cristo è misticamente vivente in noi, è il maestro interiore. Richiede allora a ciascuno una ricerca personale di Cristo, una ricerca appassionata, nella soprannaturale simpatia fino al congiungimento al mistero di Cristo, del finito coll’Infinito. Poiché solo in Lui c’è la soluzione di tutti i misteri, del nostro essere, del nostro operare. Per mezzo di Lui tutto è stato fatto. Ecco il cristocentrismo spirituale che ci riporta al cristocentrismo dogmatico. Si vede nell’Umanità di Cristo il segno nuovo e soprannaturale che Dio ha dato all’uomo per arrivare a lui. L’Umanità benedetta di Cristo ci stimola all’imitazione e ci conduce alla contemplazione amorosa della Divinità, alla vetta della carità, in cui nell’unione più intima, l’anima si sposa a Dio (Ugo di san Vittore).
SESTA DOMANDA
La Vergine Maria nella predestinazione assoluta di Gesù.
Dopo aver compreso che cosa è la predestinazione assoluta di Gesù, ci è più agevole addentrarci nel discorso sulla predestinazione di Maria Vergine. Poiché non v’è privilegi in Lei che sia a sé stante così in modo eccelso. Essi dipendono da un principio che gli realizza, ossia Gesù Cristo. C’è un legame forte tra loro che possiamo scorgere già nel testo di san Paolo ai Galati, capitolo quattro, versetto quattro, citiamo: “Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge”. Ogni parola qui ha un senso forte, e con Rosini possiamo avvertire in questo contesto l’elemento della predestinazione, oltre ad altri significati inerenti e secondarie. Il legame tra Gesù e Maria è sia naturale che morale; naturalmente vincolato in forza della maternità e moralmente in virtù della grazia. Ossia “(…) quel “decreto” della predestinazione, con qui Cristo e Maria furono previsti “insieme” e per primi nel piano divino”(Rosini) è uscita dalla stessa sorgente. Le due predestinazioni s’intrecciano in un medesimo decreto; sono intimamente connesse e correlative. Anche la “Inefabilis Deus” dice appunto che furono previsti “uno eodemque decreto”.
Ora Maria è fondamentalmente in ordine a Cristo, in quanto mentre la pienezza di grazia che fonda l’essere di entrambi, per Cristo procede dalla sua unione ipostatica, quella di Maria risulta dalla volontà stessa del Figlio suo. Per questo già i discepoli immediati di Scoto hanno applicato a Maria i vari principi posti dal maestro per Cristo, collocandola subito dopo Cristo, così afferma il Rosini.
D’altronde, bisogna precisare che il Dottore sottile asserisce che la predestinazione è in ordine alla gloria di Dio. Lo è anche per tutti gli eletti, quindi Cristo e Maria. Ma la distinzione è al livello dei gradi, in pratica dal sommo al massimo, dall’anteriorità alla posteriorità.
Maria come cristo, dice il Dottore sottile, fu voluta unicamente per amare, ossia per essere “colmante”. Lei fa parte della corte celeste, il cui capo è Cristo. In questo Lei è la “socia Christi”. Di Lei, lo Scoto parla di predestinazione assoluta e simultanea, oggettivamente “atto della volontà divina”. Lei è prevista in ordine alla gloria. Per natura quest’ultima è dono escludente ogni merito proprio.
Di fatto, il massimo grado di gloria, come l’abbiamo già detto, è riferito solo a cristo che è più vicino al fine del volere divino: “Dio vuole- afferma il beato Scoto- prima la gloria di quest’anima di Cristo, che non la gloria di un’altra anima”, perché è unita al Verbo. E solo da questo grado massimo discendono gli altri gradi, in conformità alla loro vicinanza al fine. Chi può essere più vicino al fine, dopo Cristo, se non la stessa madre del Figlio, Maria! In virtù della sua maternità- nel suo duplice senso esecutivo- cioè fisica (Cristo) e spirituale(noi), solo Lei può pretendere una vicinanza più intima a Cristo; così inteso da Dio nella predestinazione.
Riassumiamo quanto siamo andati dicendo con questo pensiero di Rosini; dunque
<< Ne segue che mentre Cristo deve- come abbiamo detto- tutto(dalla gloria alla grazia e all’unione ipostatica) alla pura e semplice liberalità di Dio, Maria a sua volta, deve tutto, (dalla gloria, alla grazia, alla maternità) alla pura e semplice liberalità del Figlio. Così nel piano divino, concepito da Scoto- Cristo è “sommo Bene di Dio” e Maria “Sommo bene del Mediatore”>>. Questo pensiero era già stato sviluppato in qualche modo dallo Pseudo-Girolamo nella sua lettera “De Assumptione S.M Virginia” ove affermava: “In Mariam, vero totius gratiae quae in Cristo est plenitudo venit, quamquam aliter” Con le espressioni “quamquam aliter” certamente voleva significare che tra Gesù e Maria la pienezza di grazia è la stessa altrimenti non si potrebbe dire “tota simul”. Anche san Pier Crisologo, riprendendo così Pascasio affermava “Mariae vero simul se tota dedit…”.Maria dipende oggettivamente e soggettivamente dalla trascendenza di Cristo nella predestinazione. Lei è ciò che è nell’ordine ipostatico, e realizza il suo sacerdozio materno(Scheeben) nel sacerdozio ipostatico di Cristo.
SETTIMA DOMANDA
La Vergine Maria e la Sua gloriosa Assunzione nella tradizione serafica.
La tradizione serafica si muove essenzialmente per la tesi moralistica che accetta la predestinazione “uno eodemque decreto” per Gesù e Maria. Così anche nel compimento dell’evento redentivo. Gesù è veramente morto e risuscitato, non già in forza della sola unione ipostila, ma proprio per un miracolo “nuovo”, ossia per volontà divina al quale partecipa come Verbo. L’Immacolata, nella totale conformità al Cristo ha subito anche Lei la morte ed è assunta per volontà del figlio suo in cielo sempre in forza di un miracolo “nuovo”. Infatti morendo così, Ella porta al compimento il suo ruolo materno di corredentrice vera presso l’unico redentore Gesù Cristo. La tradizione francescana ha sempre affiancato in modo proprio “serrato” la Madre al Figlio. Le stesse vicende della spiritualità serafica testimoniano: da san Damiano(con il Mysterium Christi) alla Porziuncola( con il Mysterium Mariae). A proposito dice il Cicarelli: “In una visione cristocentrica della realtà, Maria va considerata insieme con Gesù: la teologia francescana scorge in Lei la “collaboratrice” di Gesù in tutte le opere ad extra di Dio, e tale la vede nella predestinazione divina, nel tempo e nella storia” (op.cit.pp.245-246.).
San Bonaventura, Giacomo da Milano, Corrado da Sassonia, San Bernardino, san Lorenzo da Brindisi anche Bartolomeo da Pisa sono concordi nel asserire che Maria ebbe da Gesù il primato della compassione. Quindi Donna eletta, con il Figlio eletto portano a termine la loro missione per qui fin dall’eternità furono predestinati.
Quindi capiamo che il privilegio dell’assunta è concesso con la sua predestinazione a essere l’Immacolata intimamente associata a Cristo. Maria non muore, secondo la tesi francescana, a causa del peccato originale. Non! Ella è associata a Lui “anche nella gloria”
“ Maria, anche fisicamente, era più perfetta di Eva prima della colpa. La morte, castigo del peccato non poteva colpire l’Immacolata; la morte espiazione del peccato altrui era spiritualmente e misticamente già avvenuta per Maria sul calvario, in unione con la morte fisica di Gesù”. (Cicarelli, op. cit. p. 271.)
Qui può giovare tanto la dimostrazione del Beato Duns Scoto, Dottore dell’Immacolata. Egli parte dal fatto che la mortalità è insita nella creatura. Asserisce <
C’è in ogni qual modo una legge generale della morte che colpisce tutta la posterità di Adamo, compresi Gesù e Maria dice Scoto e prima di lui sant’Agostino. Però la morte è tanto universale quanto lo è la risurrezione. La morte è intesa prevalentemente sia da san Paolo(1co15, 21-53) sia da sant’Agostino e quindi Scoto non già come causata dal peccato, ma come intervento della legge naturale. Secondo Scoto, Maria, per mezzo del Figlio suo, fu preservata dalla “pena maggiore” cioè quella del peccato originale, ma non quella “minore”, ossia la morte naturale ed altre sofferenze, perché a Lei utili in ordine al merito.
L’abbiamo già detto, Gesù e Maria non devono la loro integrità corporale né all’unione ipostatica(Gesù) né alla graziasantificante o pienezza di grazia(Maria): questo è il miracolo “antico”, ma ad un miracolo “nuovo”. “ con un atto di volontà”, Dio preservò il corpo di Cristo dalla dissoluzione. Ossia malgrado la separazione dell’anima del corpo, quel corpo mantenne la sua identità in forza della “forma corporitatis”. La stessa cosa avvenne per Maria per volontà del Figlio suo. Scoto contempla allora, dice il Rosini, Cristo e Maria associati nella morte e nella risurrezione, entrambi immediatamente risorti. Per tutti e due, secondo lo Scoto, la morte fu utile in ordine al merito e perciò tutti e due la subirono. E come necessaria conseguenza della immediata risurrezione di Maria, è la sua glorificazione.
“ Maria ha terminato il corso della vita terrena con la morte seguita dalla immediata risurrezione e quindi fu assunta in cielo in corpo e in anima”( Cicarelli)
Père Magloire Nkounga Tagne
Catégories : APOLOGETICA MARIANA E CRISTICA, PENSIERO CIRCA LA CORREDENZIONE MARIANA







Commentaires récents